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Ken a Barbieland

Brillare attraverso una mascolinità riflessa

Nel 2021, durante il casting del film "Barbie", Ryan Gosling, con il copione in mano, rifletteva passeggiando nel giardino di casa se accettare o meno la parte di Ken che gli era stata offerta. La decisione arrivò vedendo con la coda dell'occhio un giocattolo Ken di sua figlia, dimenticato a faccia in giù nel fango accanto a un limone spremuto. Pochi minuti dopo inviò una foto della scena alla regista dicendo: "Sarò il vostro Ken, perché questa storia deve essere raccontata."

Nonostante diverse forti critiche abbiano contestato l'immagine del mondo maschile e del patriarcato rappresentata nel film, chiaramente indirizzato più a un pubblico di madri e figlie che a compagni e fratelli, trovo che questa pellicola abbia rivolto il suo messaggio positivo più coraggioso e innovativo proprio alla minoranza di pubblico maschile.

Il personaggio di Ken è il più complesso e impegnativo, soggetto a forti conflitti interni ed esterni fin dall'inizio del film, persino nell'utopia iniziale di Barbieland. Ken incarna perfettamente le fragilità maschili: in questo mondo, Barbie collabora in una sorellanza di sue cloni, capace di autodeterminarsi come dottoresse, astronaute e presidentesse, irraggiungibili nelle loro case dei sogni come principesse in cima alle torri di un castello mentre Ken è definito solo dalla ricerca di attenzioni da Barbie e dalla competizione con gli altri suoi cloni per ottenerle. Non ha altri interessi, motivazioni o nemmeno un proprio luogo in cui vivere; quando non è con Barbie, praticamente cessa di esistere, è un accessorio.

Anche quando viene esposto al patriarcato nel mondo reale e cerca di introdurlo anche a Barbieland, perde subito interesse quando si accorge che il potere non gli garantisce l'accesso al suo interesse romantico. Ken, come molti uomini del mondo reale, lotta per trovare un significato intrinseco alla propria esistenza e quindi, a causa dell'inesperienza nei rapporti e della bassa autostima, cerca di brillare attraverso una mascolinità riflessa, basando il proprio valore solo sull'eco della sua relazione con Barbie e del suo successo sui rivali.

Questo è un serio problema del mondo reale: a causa di una bassa educazione affettiva, sociale e sessuale, ragazzi e uomini finiscono per scegliere i propri interessi, carriere, personalità e amicizie non per la propria soddisfazione, ma nel tentativo di avere una compagna di valore, di essere scelti da una sorta di "ape regina" che premi la loro feroce competizione, e se non vengono scelti, allora tutta la loro persona è persa, lasciandoli come gusci vuoti pieni di frustrazione e rancore.

Questo accade spesso anche quando vengono "scelti" a causa dell'idealizzazione della partner, mettendola su un piedistallo alto e irrealistico in modo da sentirsi elevati insieme a lei, elevazione che svanisce quando si rendono conto della sua fallibilità e umanità, abbattendo di conseguenza anche la propria autostima.

Ken a Barbieland
 

Il cinema ha una sua parte di colpa in questo, spingendo l'archetipo della compagna femminile come premio per i propri successi alla fine della storia fin dagli albori di Hollywood, seguendo lo stesso stereotipo che si può trovare a ritroso fin dalla letteratura epica greca.

Il protagonista “si fa la ragazza”, il cattivo rimane solo: questa narrativa è così radicata nel pensiero comune che uno degli insulti più comuni in Italia rivolti a un maschio è “sfigato”, letteralmente "incapace di trovarsi una compagna".

La svolta più significativa del film è la seria discussione in cui Ken, sconfitto, esprime ancora una volta i suoi sentimenti a Barbie, la quale lo rifiuta ma invece di umiliarlo gli fa capire che deve trovare un significato intrinseco in se stesso e non basare il proprio valore sulla presenza di una relazione.

Come scelta narrativa, è estremamente anticonformista, al punto da risultare insoddisfacente per il pubblico maschile; siamo abituati a finali in cui il personaggio maschile viene ricompensato per la sua crescita personale ottenendo "la ragazza", quindi vedere Ken rimanere a mani vuote è stato frustrante e sorprendente per gli spettatori, sollevando non poche critiche e indicando che questo messaggio di autodeterminazione maschile è difficile da accettare sebbene estremamente importante.

L'autodeterminazione maschile si riferisce alla capacità degli uomini di definire e perseguire la propria identità, scopo e ruolo nella società, affrontando le pressioni culturali e sociali tradizionali senza dover forzatamente aderire a alcun archetipo.

Gli uomini si trovano spesso ad affrontare pressioni culturali radicate che influenzano la loro autodeterminazione. Le aspettative tradizionali di mascolinità possono limitare le scelte personali e il modo in cui gli uomini esprimono le loro emozioni. L'idea che gli uomini debbano essere sempre forti, indipendenti e incapaci di mostrare vulnerabilità può ostacolare il loro sviluppo emotivo e le relazioni significative.

Promuovere l'autodeterminazione maschile non significa ignorare l'importanza dell'equità di genere. Al contrario, si tratta di riconoscere che gli stereotipi di genere e le aspettative sociali possono danneggiare sia gli uomini che le donne. Gli uomini dovrebbero essere in grado di fare scelte autentiche senza temere di essere giudicati in base agli stereotipi di genere. Questo contribuirebbe a creare un ambiente in cui tutti, indipendentemente dal genere, possono svilupparsi pienamente e raggiungere il loro potenziale.

Questa pellicola ha offerto una prospettiva audace e innovativa sulle fragilità maschili e sull'autodeterminazione. La scelta di raccontare la storia di Ken come un percorso di crescita personale indipendente dalla relazione romantica con Barbie ha sfidato le aspettative tradizionali e promosso una visione più equilibrata della mascolinità.

Non a caso la frase più ripetuta sui social dall’uscita del film è il gioco di parole #imkenough “io sono abbastanza”, spero che sempre più ragazzi e anche adulti possano vedere questo film e trarne il giusto messaggio, è che questo possa spingere l’industria a osare di più nel narrare la figura maschile, da sempre sovrasemplificata nel cinema.
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Autore:
Claudio Morandini è un fisioterapista e specialista pavimento pelvico.
Lavora a Milano e si occupa anche di educazione e divulgazione sessuale.
Ama molto fare ricerche in ambiti scientifici e storici.
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